Dopo aver premuto il pulsante di scatto……

Quando premiamo il pulsante di scatto sulla nostra macchina fotografica, per un breve intervallo di tempo la luce attraversa l’obiettivo e colpisce il sensore fissandosi in un’immagine.

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1 – Obiettivo
2 – Specchietto nella posizione a riposo (inclinato a 45°)
3 – Specchietto durante lo scatto (in posizione sollevata)
4 – Pentaprisma
5 – Mirino
6 – Otturatore
7 – Sensore
8 – Diaframma
9 – Percorso del raggio luminoso (linea verde)

 

1. Obiettivo È l’elemento che permette il passaggio della luce all’interno del corpo della fotocamera: è formato da una o più lenti che “trasmettono” l’immagine reale di un soggetto inquadrato sul piano focale (7). Il piano focale è il piano  posto ad una distanza per la quale un obiettivo forma un’immagine nitida: qui si trova l’elemento (pellicola o sensore) in grado di registrare un’immagine perfettamente definita;

2 e 3. Specchio È l’elemento mobile che permette di inquadrare nel mirino l’immagine vista dall’obiettivo. Normalmente lo specchio è inclinato di 45° (2), proprio per riflettere verso l’alto la luce che attraversa l’obiettivo: quando si preme il pulsante di scatto lo specchio si solleva in alto (3) in modo da scoprire l’elemento “sensibile”, ossia il sensore digitale, sul quale i raggi di luce incidenti formeranno l’immagine;

4. Pentaprisma – È il sistema ottico in grado di invertire la destra con la sinistra (e viceversa) nell’immagine riflessa dallo specchio reflex: in questo modo, attraverso il mirino è possibile osservare un’immagine reale e non capovolta del soggetto inquadrato. Per motivi economici molte fotocamere utilizzano al posto del pentaprisma un sistema di cinque specchi, detto appunto pentaspecchio: costa meno, pesa meno, ma restituisce all’occhio un’inquadratura meno luminosa, rendendo in alcuni casi più difficoltosa la messa a fuoco manuale, in particolare quando si scatta con poca luce. Non influisce tuttavia, in alcun modo, sulla qualità delle immagini;

5. Mirino – È il dispositivo che permette di scegliere e comporre l’inquadratura. All’interno del mirino, oltre alla visualizzazione della scena inquadrata, ci sono gli indicatori per valutare la messa a fuoco e l’esposizione del soggetto. Il grande vantaggio del mirino reflex sta nella possibilità di inquadrare la scena attraverso l’obiettivo stesso, potendo vedere quindi esattamente l’immagine che si formerà sul sensore. La copertura del mirino è un fattore importante per la composizione dell’immagine: nelle fotocamere professionali il mirino permette una visione completa della scena inquadrata, mentre nei prodotti più economici ne viene reso visibile solo il 90-95%. A differenza delle compatte digitali le reflex digitali non possono utilizzare il monitor LCD sul dorso per inquadrare la scena, per il semplice motivo che il sensore è coperto dallo specchio; in realtà si è riusciti ad aggirare l’ostacolo con il cosiddetto live view (la funzione consente di vedere la scena in tempo reale sullo schermo LCD della fotocamera). Con lo sviluppo della fotografia digitale è nato anche un tipo di mirino elettronico e sono diventati possibili sistemi non reflex e senza specchio;

 

6. Otturatore – È il dispositivo che permette di fare arrivare luce al sensore quando si preme il pulsante di scatto. L’otturatore può essere di due tipi: centrale e a tendina. Nell’otturatore centrale si ha una serie di lamelle mobili poste tra le lenti dell’obiettivo; esse stanno normalmente chiuse e solo al momento dello scatto si aprono per il tempo prestabilito. Nell’otturatore a tendina, invece, abbiamo due tendine poste vicino al sensore: quando si scatta la foto, esse formano una fessura che scorre su tutto il sensore, esponendolo alla luce;

7. Sensore -È l’elemento della fotocamera esposto alla luce: si tratta di un componente elettronico che cattura le immagini e le “traduce” in dati per essere immagazzinati nella scheda di memoria;

 

8. Diaframma -È l’elemento interno all’obiettivo attraverso il quale passa la luce che entra nella fotocamera prima di raggiungere il sensore. È costituito da un insieme di lamelle che vanno a formare un piccolo foro di ampiezza variabile, permettendo di dosare la quantità di luce;

 

9. Percorso della luce – Dopo aver conosciuto le parti essenziali sopra descritte, si può comprendere con maggior chiarezza come una scena inquadrata possa diventare una fotografia. Seguiamo la linea verde della figura in alto: i raggi luminosi sono raccolti e passano attraverso l’obiettivo (con diaframma tutto aperto) e arrivano allo specchio che, inclinato a 45°, li riflette verso il pentaprisma che, a sua volta, li “raddrizza” e li invia al mirino, dove inquadriamo la scena. Quando premiamo il pulsante di scatto il diaframma nell’obiettivo si chiude al diametro da noi voluto, lo specchio si alza, l’otturatore si apre per il tempo da noi stabilito e i raggi luminosi si vanno a depositare sul sensore. Sul sensore si formerà l’immagine, che sarà immagazzinata poi come dati digitali nella scheda di memoria…ed ecco qua la nostra fotografia.

 

E ANCORA…
Fin qui abbiamo visto le parti essenziali alla base del funzionamento di una D-SLR: aggiungo qualche breve cenno ad altri importanti elementi.

 

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Quindi, scattare una foto significa, grosso modo, catturare la luce che proviene dalla scena che stiamo inquadrando. La misura della quantità di luce che colpisce il sensore è detta esposizione. Una foto è sovraesposta quando alcuni dettagli vengono persi a causa di una quantità eccessiva di luce che raggiunge il sensore. Una foto è sottoesposta quando alcuni dettagli vengono persi poiché la luce che colpisce il sensore è troppo poca. I parametri che regolano l’esposizione sono tre:

  • DIAFRAMMA (O APERTURA), è formato da una serie di lamelle disposte a cerchio che si chiudono e aprono ad iride ed ha la funzione di regolare la dimensione del fascio di luce che andrà a colpire il nostro sensore. La dimensione dell’apertura del diaframma è uno di quei valori che spesso è possibile settare sulle nostre fotocamere ed è indicato con una f seguita da un numero;
  • TEMPO DI ESPOSIZIONE, indica l’ampiezza dell’intervallo di tempo durante il quale l’otturatore rimane aperto (più lungo è intervallo di tempo, maggiore è la quantità di luce che entra);
  • ISO, indica la sensibilità del sensore alla luce.

 

A questo punto, secondo me, bisogna perdere un po’ di tempo per spiegare bene questi tre parametri molto importanti, quindi con la prossima pubblicazione farò un capitolo per ognuno di essi.

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Diaframma

DIAFRAMMA (O APERTURA)

Come scritto nel precedente articolo, ho deciso di parlare in modo un pò più approfondito di ogni singolo parametro: oggi spiegherò il diaframma.

Il diaframma è il meccanismo usato per regolare la quantità della luce che attraversa l’obiettivo, in maniera analoga all’iride dell’occhio umano. Si trova all’interno dell’obiettivo e quindi scopriamo che gli obiettivi non sono solo un set di lenti. Il diaframma non è altro che un insieme di lamelle a ventaglio inverso che chiudono l’apertura del sistema ottico fino alla sezione minima (il numero di lamelle è variabile a seconda dell’obiettivo).

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Con l’operazione di aprire e chiudere il diaframma si varia la profondità di campo (che vi spiegherò nei prossimi articoli).

Ecco la scala dei diaframmi:

f/1 – f/1,4 – f/2 – f/2,8 – f/4 – f/5,6 – f/8 – f/11 – f/16 – f/22 – f/32 – f/45 – f/64

Quindi f/1 (in questa scala) è il diaframma più aperto ed f/64 è il diaframma più chiuso. A diaframmi aperti corrisponde un numero f basso, a diaframmi più chiusi invece un numero f elevato. In altri termini possiamo dire che più piccolo è il numero f, più grande è l’apertura delle lamelle del diaframma, quindi maggiore è la quantità di luce che entra, mentre più grande è il numero f, più piccola è l’apertura delle lamelle, e quindi minore è la quantità di luce che entra.

Di seguito un’immagine che ti può essere di aiuto per capire meglio il diaframma:

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La sequenza dei valori di numeri f è una progressione geometrica di ragione radice quadrata di 2 (√2) = 1,4142 standardizzata al congresso di Liegi nel 1905. Così i valori f sono il risultato del prodotto delle successive moltiplicazioni.

Ad esempio: f1,0X1,4142=1,4;  f1,4X1,4142=2;    f2X1,4142=2,8;   ecc.

Comunque la suddetta spiegazione è solo per curiosi. Non preoccupatevi, per scattare una foto dovete conoscere solo la scala del diaframma e non come si arriva a quei valori!!!

Andiamo avanti:

La differenza che passa tra un valore e il suo successivo viene chiamato in gergo f/stop.

In pratica, aumentare di uno stop significa raddoppiare la quantità di luce che raggiunge il sensore, diminuire di uno stop significa dimezzare la quantità di luce che raggiunge il sensore. Il diaframma è progettato per variare la quantità della luce in ingresso, le variazioni avvengono tramite regolazione meccanica, manuale o automatica, oppure controllata elettronicamente. Le lamelle sono imperniate in una ghiera rotante azionabile dall’esterno o da un attuatore elettrico interno all’obiettivo (es: Canon EF e EF-S), utile per far variare la dimensione del foro.

Aumentando di uno stop o diminuendo di uno stop solo il Diaframma ma non i Tempi, la foto cambia in termini di luce, se invece si cambia in concomitanza Tempo e Diaframma la foto non cambia in termini di luce.

(Nei prossimi articoli dopo aver parlato dei Tempi di Esposizione, vedi tabella Tempi/Diaframma con vari esempi).

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Tipologia di fotocamere

TIPOLOGIA DI FOTOCAMERE

 

Possiamo idealmente suddividere gli apparecchi fotografici secondo diversi criteri, il più macroscopico dei quali si basa sulla tipologia dell’elemento sensibile, chimica cioè con pellicola o elettronico basato su diversi tipi di sensori. Attualmente, sulla base di questo criterio, si collocano nelle categorie:

  • Fotocamere analogiche
  • Fotocamere digitali

Un altro criterio di categorizzazione è quello relativo ai formati ed alle caratteristiche generali:

  • Compatta
  • Bridge
  • Mirrorless (senza specchio)
  • Reflex (SLR o D-SLR)

La fotocamera compatta è la più diffusa in assoluto fra i turisti, i giovani, le famiglie in cui non c’è una particolare passione per la fotografia, se non per ritrarre momenti di vita che devono essere ricordati (compleanni, feste, ecc.). La macchina compatta, generalmente, ma non necessariamente, ha un piccolo obiettivo fisso, senza possibilità di messa a fuoco (fuoco fisso); ha fissi anche il diaframma e il tempo di esposizione; in pratica il fotografo dovrà solo inquadrare e scattare, senza preoccuparsi di nient’altro, ma le foto saranno soddisfacenti solo se prese a distanze medie e in condizioni di luce buone (all’aperto, con luce diurna). Talvolta queste macchine montano un flash incorporato. Una delle caratteristiche principali delle macchine compatte è la presenza del mirino a visione diretta.

 

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In questo modo, come si può notare, ciò che il fotografo vede attraverso il mirino è spostato di qualche cm rispetto a ciò che vede l’obiettivo (errore di parallasse); ciò costituisce un problema se si fotografano dei soggetti vicini, mentre tale errore diventa trascurabile se il soggetto da fotografare è lontano. È decisamente sconsigliato l’uso delle “compattine” per scopi artistici e professionali.

 

La fotocamera bridge è una fotocamera con la praticità della compatta e le impostazioni, funzionalità avanzate e qualità della reflex, da cui la denominazione bridge (in inglese ponte), perché questa categoria di macchina vuole idealmente collegare il mondo delle reflex con quello delle compatte. Questo tipo di fotocamere ha come caratteristica primaria lo zoom che da grandangolare o normale può arrivare facilmente alle dimensioni di un medio teleobiettivo o di un super teleobiettivo, fino a circa 500 mm di distanza focale ed in alcuni casi da 24 fino a 1200 mm. Un’altra caratteristica che le differenzia dalle compatte è la disponibilità di utilizzo delle principali modalità di esposizione (manuale, priorità di diaframma, priorità di otturatore, automatica), il controllo della profondità di campo, variare anche l’apertura del diaframma, la gamma di valori iso particolarmente estesa simile ad una reflex standard. Si differenziano dalle reflex per l’impossibilità di cambiare l’obiettivo.

 

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Negli ultimi anni si sono aggiunte le fotocamere mirrorless. Esteticamente, una mirrorless (detta anche EVIL: Electronic Viewfinder Interchangeable Lens, mirino elettronico obiettivo intercambiabile) ha l’aspetto di una grossa fotocamera compatta a cui però è possibile cambiare obiettivo. L’obiettivo intercambiabile è la differenza peculiare rispetto alle compatte. Dal punto di vista tecnico, invece, le mirrorless si identificano per non avere all’interno lo specchio. Gli svantaggi sono più numerosi dei vantaggi anche se la portabilità può essere un vantaggio sufficiente per determinare la scelta. Prima di tutto, alcune mirrorless hanno sensori di dimensioni più piccole rispetto alle reflex. L’immagine passa attraverso l’obiettivo e raccolta dal sensore (APSC, Quattro Terzi o FF), viene mostrata al fotografo tramite un micro-schermo LCD, posto in corrispondenza dell’oculare del mirino (oltre che sul consueto monitor LCD posto sul dorso). Questo schema costruttivo del mirino sostituisce lo schema ottico composto dallo specchio ribaltabile, dal vetro smerigliato e dal prisma di raddrizzamento (schema classico ereditato dalle reflex a pellicola), a tutto vantaggio del peso, delle dimensioni e della assenza di vibrazioni. La difficoltà tecnica è costituita dal fatto che tenere il sensore d’immagine sempre acceso (per consentire il funzionamento del mirino), ne comporta il surriscaldamento, con conseguente aumento del rumore e peggioramento della qualità dell’immagine, oltre all’aumento del consumo di batteria. Inoltre, a differenza di una vera reflex, nel mirino non si vede nulla finché la fotocamera è spenta.

 

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Per quanto riguarda le macchine di tipo SLR (single-lens reflex), dette anche più semplicemente reflex, il modello SLR ha il vantaggio di mostrare al fotografo, attraverso il mirino, proprio l’immagine che passa dall’obiettivo e che sarà impressa sulla pellicola. Le SLR hanno anche il vantaggio di poter cambiare gli obiettivi, montando così grandangolari, normali, tele o macro, a seconda delle esigenze del momento. Le SLR hanno tutte le regolazioni del diaframma, del tempo di esposizione e della messa a fuoco, permettendo al fotografo di scattare in tutte le condizioni di luce e a qualsiasi distanza.

 

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Con il termine D-SLR (digital single-lens reflex) si indica una fotocamera SLR che impiega un sensore al posto della pellicola convenzionale. Attualmente si utilizzano sensori CCD (Charge-Coupled Device) oppure CMOS (Complementary Metal-Oxide-Semiconductor).

Ognuna delle due tecnologie ha punti di forza e di debolezza che le rendono più adatte per certe applicazioni e non ad altre.
Le differenze principali possono essere così riassunte:
– Il CCD crea un’immagine di alta qualità e basso livello di rumore, mentre il CMOS è più suscettibile al rumore
– Il CCD consuma una grande quantità di energia, mentre il CMOS è molto più economo
– I sensori di tipo CCD sono più costosi dei CMOS
– I sensori CMOS hanno una maggiore complessità costruttiva dei CCD

 

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A causa delle differenze tra le Reflex digitali e le Reflex Analogiche, si rende necessario parlare di crop factor (fattore di ritaglio) e full-frame.

Alcune DSLR di fascia alta hanno un sensore con dimensioni pari ad un fotogramma della tradizionale pellicola 24 x 36 mm, queste vengono definite full frame, che si può tradurre come pieno formato.

Se il sensore ha dimensioni inferiori al formato della pellicola 24×36 mm, verrà catturata solo la porzione centrale dell’immagine che sarà così “ritagliata” e di conseguenza risulterà ingrandita come se venisse usato un obiettivo con focale proporzionalmente maggiore.

Questo rapporto di ingrandimento è normalmente indicato da un fattore che può essere indicativamente 1,3x – 1,5x – 1,6x caratteristico per un determinato corpo macchina.

Ad esempio, montando su un corpo macchina che abbia fattore 1.6x un obiettivo da 50 mm di focale, si catturerà la stessa immagine che si catturerebbe sul formato 24×36 mm (full frame) con un obiettivo da 50×1,6 = 80 mm

Il coefficiente è 1,5x (APS-C) per Nikon, Sony e Pentax 1,3x (APS-H) o 1,6x (APS-C) per Canon.

 

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Cenni di storia

FOTOGRAFIA

La parola fotografia deriva dalle due parole greche: (phôs) luce e (graphè) grafia. Fotografia significa quindi scrittura con la luce.

Le prime “fotografie” non sono state che semplici registrazioni di ombre. Wedgwood registrava le impronte degli oggetti su carta e pelle imbevute di nitrato d’argento. La stessa cosa faceva agli inizi Talbot con le sue “sciadografie”, dal greco skià e gràphein che significa letteralmente “disegnare l’ombra”. È interessante come questo termine preceda quello di “fotografia” che ha a che fare invece con la luce.

La fotografia nasce dai risultati ottenuti sia nel campo dell’ottica, con lo sviluppo della camera oscura, sia in quello della chimica, con lo studio delle sostanze fotosensibili. La prima camera oscura fu realizzata molto prima che si trovassero dei mezzi chimici per fissare l’immagine ottica in essa prodotta; il primo ad applicarla in ambito fotografico fu il francese Joseph Nicéphore Niépce, cui convenzionalmente viene attribuita l’invenzione della fotografia.

La fotografia nasce all’inizio del XIX secolo.

 

 

 

 

 

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La luce

LA LUCE

 

Per parlare di Fotografia, quindi, non possiamo fare altro che cominciare dalla luce.

Infatti essa è essenziale nel formare l’immagine che è fatta di luce e ombra.

Insomma, come la materia dello scultore è il marmo, quella del fotografo è la luce.

A noi ci interessa la luce visibile, la radiazione ultravioletta e quella infrarossa.

La luce è una radiazione luminosa e come tale è composta da lunghezze d’onda. Quando la radiazione luminosa colpisce un oggetto, una parte viene assorbita ed una parte riflessa ed in base a quali lunghezze d’onda vengono riflesse l’oggetto prende colore.

ATTENZIONE: no “luce” infrarossa e ultravioletta, ma di “radiazione”, perché la luce si intende quell’insieme di frequenze alle quali la nostra retina è sensibile.

In particolare noi “vediamo” quelle radiazioni la cui lunghezza d’onda va da circa 400 nanometri a circa 700 nanometri. Siamo ciechi a tutto ciò che è fuori da questo ambito.

 

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Le pellicole fotografiche sono per loro natura sensibili all’ultravioletto, al violetto e al blu.

I sensori delle macchine digitali sono invece molto sensibili all’infrarosso, tanto che sul sensore è posto un filtro che lo taglia, anche se non completamente.

Molti telecomandi “colloquiano” col televisore mediante radiazione infrarossa.

Quindi noi non vediamo le cose, ma solo la luce (che non è delle cose, ma del sole o altre fonti naturali e non) che colpisce queste cose, viene modificata, modulata e riflessa nei nostri occhi.

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Colori primari

COLORI PRIMARI

Un insieme di colori primari è un insieme di colori dalla cui combinazione si può ottenere qualsiasi altro colore.

La sintesi additiva si riferisce ai colori primari della luce. Questi colori sono: il rosso(R), il verde(G) e il blu(B). Miscelati fra loro in proporzioni diverse è praticamente possibile ottenere tutti i colori della gamma spettrale. La somma dei tre colori produce “luce bianca”.

La sintesi sottrattiva, si riferisce invece ai colori primari dei pigmenti. Una caratteristica dei pigmenti, è quella di assorbire in maniera selettiva solo alcune lunghezze dʼonda della luce e di rifletterne le altre. Il colore del pigmento
quindi è determinato dalle radiazioni sottratte alla luce bianca, per questo si parla di sintesi sottrattiva. I colori primari della sintesi sottrattiva sono: il ciano(C), il magenta(M), il giallo(G). Dalla somma di tutti e tre si ottiene il nero(K). In sintesi sottrattiva, il nero (K) è il risultato della totale sottrazione delle radiazioni colorate riflesse dai pigmenti.

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